Intorno all'anno 610, un mercante quarantenne salì i pendii rocciosi di una montagna chiamata Jabal al-Nour, a poche miglia dalla città commerciale della Mecca, e si raccolse in una grotta per trascorrere in solitudine le notti del Ramadan. Si chiamava Maometto ed era abbastanza stimato nella sua comunità da essersi guadagnato il soprannome di al-Amin, il degno di fiducia. Secondo la tradizione islamica, in una di quelle notti non era solo. L'angelo Gabriele lo afferrò e gli ordinò di recitare. Maometto, terrorizzato e protestando di non saper leggere, si trovò comunque le parole impresse dentro. Quel momento, che i musulmani chiamano la Notte del Destino, sarebbe poi stato ricordato come l'inizio del Corano, la rivelazione recitata che avrebbe rimodellato la mappa religiosa e politica di metà del mondo allora conosciuto.
Ciò che rende l'episodio tanto sorprendente non è solo la sua drammaticità, ma le sue conseguenze. Nel giro di circa un secolo da quella notte nella grotta, la fede fondata da Maometto aveva portato i suoi eserciti e la sua lingua dalla costa atlantica della Spagna alle valli fluviali dell'Asia centrale. Nessun impero paragonabile si era mai costituito così rapidamente. La domanda a cui questo articolo cerca di rispondere è come un movimento nato dalla recitazione di un solo uomo in una remota grotta araba sia cresciuto, in appena poche generazioni, fino a diventare uno dei più grandi imperi che il mondo avesse mai visto.
La città araba che viveva di pellegrinaggio e commercio
Per comprendere il cambiamento portato dall'Islam, aiuta immaginare il mondo da cui nacque. La Mecca, ai tempi di Maometto, era una città del deserto dominata dai Quraysh, la tribù in cui era nato. Non era un centro di agricoltura o industria, perché la terra circostante era aspra e arida. La città prosperava invece grazie a due fonti di ricchezza intrecciate tra loro. Sorgeva lungo le rotte carovaniere che portavano incenso e spezie a nord dallo Yemen verso la Siria, il che ne faceva uno scalo redditizio nel commercio a lunga distanza. E ospitava la Ka'aba, un santuario a forma di cubo che attirava pellegrini da tutta la Penisola Arabica.
Quel santuario è centrale nella storia. La Ka'aba custodiva circa 360 idoli, le divinità delle numerose tribù sparse per l'Arabia, e il pellegrinaggio annuale per visitarli portava visitatori, commerci e prestigio ai Quraysh che controllavano il luogo sacro. La religione araba preislamica era in gran parte politeista, un mosaico di divinità locali, spiriti ancestrali e luoghi sacri. I Quraysh avevano un reale interesse materiale a mantenere le cose così, perché l'afflusso di pellegrini agli idoli era un pilastro dell'economia cittadina. Questo dettaglio è importante perché spiega perché il primo messaggio di Maometto, con la sua insistenza su un Dio unico, non fosse soltanto una sfida teologica per i suoi vicini. Era una minaccia al loro sostentamento.
Un messaggio di un solo Dio e di un giudizio imminente
Maometto non cominciò costruendo un impero. Cominciò predicando, in sordina all'inizio, a coloro che gli erano più vicini. Sua moglie Khadija, anche lei una mercante di successo e più anziana di lui, fu la prima ad accogliere il suo messaggio. La seguirono il suo giovane cugino Ali, il suo servo affrancato Zayd e il suo caro amico Abu Bakr, un nome che tornerà più avanti in questa storia. Da questa piccola cerchia prese forma la prima comunità.
Il contenuto di quella prima predicazione meccana era straordinariamente semplice e moralmente incisivo. Sottolineava l'unicità di Dio, chiamata tawhid, contro l'affollato politeismo della Ka'aba. Avvertiva di un imminente giorno del giudizio in cui ciascuno avrebbe risposto di come aveva vissuto. E portava con sé una vivida coscienza sociale, esigendo attenzione per gli orfani, per i poveri e per gli indifesi, in una società organizzata intorno alla forza tribale e all'accumulo di ricchezza. Considerati insieme, questi temi implicavano un rimprovero alla comoda élite mercantile della Mecca. Non sorprende, dunque, che nel giro di pochi anni la dirigenza dei Quraysh passasse dall'indifferenza all'aperta ostilità. La nuova comunità era piccola, ma le sue pretese erano totali, e una fede che dichiarava falsi gli dei della città e responsabili i suoi uomini ricchi non poteva essere ignorata.
La migrazione che fece nascere un calendario
All'inizio degli anni 620 la vita alla Mecca era diventata pericolosa per Maometto e i suoi seguaci. La svolta arrivò nel 622, quando gli abitanti di una città-oasi più a nord, allora chiamata Yathrib, invitarono Maometto a recarsi da loro per arbitrare le aspre dispute tra le loro tribù arabe ed ebraiche. Egli accettò, e con i suoi seguaci meccani compì il viaggio verso nord. La città fu ribattezzata Medina, che significa all'incirca la città, e la migrazione stessa è nota come l'Egira.
L'Egira merita la sua fama. Non fu semplicemente una fuga dalla persecuzione, ma la fondazione di qualcosa di nuovo. A Medina, Maometto non era più soltanto un predicatore tollerato o tormentato da un'élite ostile. Divenne il capo e l'arbitro di una comunità, la umma, tenuta insieme dalla fede anziché dai legami di sangue della tribù. Si trattava di una vera novità nella società araba, dove la tribù era da sempre l'unità fondamentale di lealtà e protezione. La umma attraversava quelle linee, organizzando le persone attorno a un impegno religioso condiviso. I musulmani riconobbero in seguito il peso di quel momento facendo del 622 il primo anno del loro calendario lunare. Contano i loro anni non dalla nascita di Maometto, né dalla prima rivelazione, ma dall'Egira, l'istante in cui nacque la prima comunità politica musulmana.
Da rifugio assediato a padrona della Mecca
Stabilirsi a Medina non pose fine al conflitto con i Quraysh; lo trasformò in guerra aperta. Tra il 624 e il 627 la comunità medinese combatté una serie di battaglie contro i meccani. La prima, a Badr nel 624, fu una vittoria inattesa per i musulmani nettamente inferiori di numero e diede alla giovane comunità un'enorme fiducia. L'anno successivo portò una lezione più dura a Uhud nel 625, dove i meccani inflissero danni reali. Poi, nel 627, venne l'assedio noto come la Battaglia del Fossato, quando i seguaci di Maometto scavarono una fossa difensiva per proteggere Medina e la coalizione meccana che li assediava finì per dissolversi senza riuscire a sfondare.
Lo slancio si era spostato. Nel 630 Maometto marciò sulla Mecca alla testa di una grande forza, e la città che un tempo lo aveva cacciato si arrese con scarsa resistenza. Vi entrò da conquistatore ma, secondo i resoconti che ci sono giunti, con moderazione. Il suo gesto più simbolico fu entrare nella Ka'aba e liberarla dai suoi idoli, riconsacrando l'antico santuario al culto del Dio unico che il suo messaggio aveva sempre proclamato. Il cuore economico e religioso del politeismo arabo era stato convertito nel santuario centrale di un nuovo monoteismo. Due anni dopo, nel 632, Maometto morì a Medina. Lasciò dietro di sé un'Arabia che, per la prima volta nella sua storia documentata, era in gran parte unificata, tenuta insieme non dal dominio di una sola tribù, ma da una fede condivisa e da una comunità politica condivisa.
La forma pratica della fede e dei suoi testi
La religione lasciata da Maometto non era soltanto un insieme di credenze, ma un modo di vivere strutturato, riassunto in ciò che in seguito divenne noto come i Cinque Pilastri, gli arkan al-Islam. Ciascun pilastro organizza un diverso ritmo dell'esistenza del credente. La shahada è la professione di fede, l'affermazione che non c'è altro dio se non Dio e che Maometto è il suo messaggero. La salat è l'obbligo delle cinque preghiere quotidiane, che scandisce la giornata del credente. La zakat è una tassa di elemosina che destina una parte della ricchezza a chi è nel bisogno, riecheggiando la coscienza sociale della prima predicazione. Il sawm è il digiuno dall'alba al tramonto durante il mese di Ramadan, che ordina l'anno del credente. E l'hajj è il pellegrinaggio alla Mecca, atteso almeno una volta nella vita da chi ne ha i mezzi e la possibilità, che segna l'intera esistenza del credente. Insieme, queste cinque pratiche danno al messaggio astratto della sottomissione a Dio una forma concreta, quotidiana, annuale e per tutta la vita.
Il testo fondante di tutto questo è il Corano, inteso nella tradizione islamica come la parola diretta di Dio rivelata a Maometto in fasi, tra il 610 circa e la sua morte nel 632. È organizzato in 114 capitoli, chiamati sure, che variano notevolmente per lunghezza. Il testo che possediamo non fu fissato durante la vita di Maometto. Secondo la tradizione, il terzo califfo, Uthman, ordinò la compilazione di un codice standardizzato intorno al 650, raccogliendo le rivelazioni e sopprimendo le versioni divergenti per evitare differenze testuali in una comunità che ormai si stava diffondendo rapidamente su vaste distanze. Il Corano, però, non è l'unica fonte dello storico. Gli Hadith, ampie raccolte di resoconti sui detti e sulle azioni di Maometto, furono assemblati da studiosi come Bukhari e Muslim nel nono secolo. E la più antica biografia organica del profeta fu scritta da Ibn Ishaq intorno al 760 e sopravvive principalmente nella successiva revisione di Ibn Hisham. Questi testi, redatti generazioni dopo gli eventi, sono ciò che gli storici vagliano per ricostruire quel periodo.
I successori ben guidati e una generazione di conquista
Quando Maometto morì nel 632 non lasciò alcun erede chiaramente designato, e la questione della successione si sarebbe rivelata cruciale. I primi quattro uomini a guidare la comunità dopo di lui sono noti alla tradizione sunnita come i Rashidun, i califfi ben guidati, e governarono dal 632 al 661. Abu Bakr, il vecchio amico di Maometto e uno dei primi convertiti, prese le redini per primo e tenne unita la fragile comunità durante le guerre della Ridda, quando diverse tribù arabe tentarono di staccarsi dopo la morte del profeta. Umar, che gli succedette nel 634, presiedette all'esplosiva espansione al di là dell'Arabia. Uthman, dal 644, sovrintese alla standardizzazione del testo coranico. E Ali, cugino e genero di Maometto, governò dal 656 in mezzo a conflitti civili. La disputa su se la guida spettasse di diritto ad Ali e alla sua discendenza si sarebbe indurita, nei decenni seguenti, nella durevole divisione tra Islam sunnita e sciita.
L'espansione militare sotto questi califfi è difficile da sopravvalutare. Nel giro di circa trent'anni, un movimento nato come entità politica regionale in Arabia divenne un impero che si estendeva sul Mediterraneo e si spingeva verso l'Asia centrale. A Yarmuk, nel 636, gli eserciti musulmani sconfissero in modo decisivo le forze bizantine in Siria, e ad al-Qadisiyyah, anch'essa intorno al 636, spezzarono i Persiani sasanidi in Iraq. L'Egitto cadde entro il 642. Non si trattava delle terre di tribù impoverite, ma dei ricchi e antichi cuori dei due grandi imperi dell'epoca, il bizantino e il sasanide, entrambi sfiniti dalle loro lunghe guerre l'uno contro l'altro. Vale la pena essere precisi su come i conquistatori trattarono i conquistati. I molti cristiani, ebrei e zoroastriani che ora vivevano sotto il dominio musulmano in genere non furono costretti a convertirsi. Fu invece concesso loro uno statuto giuridico protetto ma subordinato, diventando dhimmi, non musulmani protetti che conservavano la propria fede in cambio del pagamento di una tassa chiamata jizya. La conversione all'Islam in queste regioni fu graduale e spesso richiese secoli, un fatto che complica ogni immagine semplicistica della conquista come cambiamento religioso forzato.
Punti chiave
L'Islam ebbe inizio con la prima rivelazione di Maometto in una grotta vicino alla Mecca intorno al 610, in una società araba politeista la cui città principale viveva del commercio carovaniero e del pellegrinaggio alla Ka'aba piena di idoli, e il suo primo messaggio di un solo Dio, di un giudizio imminente e di cura per gli indifesi attirò sia convertiti sia l'ostilità dell'élite dei Quraysh, la cui ricchezza dipendeva dal vecchio ordine; la rottura decisiva arrivò con l'Egira del 622, quando Maometto emigrò a Medina e fondò la umma, la prima comunità musulmana legata dalla fede anziché dalla tribù, un evento così cruciale da segnare l'anno primo del calendario islamico. Dopo anni di guerra tornò alla Mecca nel 630, purificò la Ka'aba e morì nel 632 lasciando l'Arabia in gran parte unificata, avendo trasmesso i Cinque Pilastri come struttura pratica della fede e il Corano, in seguito standardizzato sotto il califfo Uthman intorno al 650 e integrato dagli Hadith e dalla prima biografia come fonti dello storico. Sotto i quattro califfi Rashidun lo stato si espanse poi con una rapidità sorprendente, sconfiggendo i bizantini a Yarmuk e i sasanidi ad al-Qadisiyyah nel 636 e conquistando l'Egitto entro il 642, mentre i cristiani, gli ebrei e gli zoroastriani conquistati conservarono in genere la propria fede come dhimmi protetti anziché essere convertiti con la forza, cosicché un movimento religioso nato in una sola grotta divenne, nell'arco di una sola generazione, l'ossatura di un impero vasto e duraturo.
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